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Il genere “Chasing cars”, due cult movie a confronto

Lineup del 1958 e Bullitt del 1968

Novembre 2018

 

 

 

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Il poliziesco d’azione americano cambia stile e introduce il filone “Chasing cars

 Se vi siete mai domandati se il film “Bullitt” è pura originalità e creazione, forse Vi può incuriosire questo breve articolo.

 Partiamo dall’inizio. Alcuni mesi fa decisi di vedere un film diretto dal regista americano Don Siegel. Al termine del film, volli controllare quando era stato girato e quali erano state le pellicole successive (o antecedenti) per capire se vi fossero stati altri suoi film da vedere, oltre a quelli con Clint Eastwood i cui titoli sono leggenda (“L'uomo dalla cravatta di cuoio”, “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!” e “Fuga da Alcatraz”).

 Un titolo era indicato da molti siti come un vero capolavoro del genere poliziesco d’azione. Il film in questione era “Crimine silenzioso – Lineup” del 1958.

 È molto bello, innovativo per il suo tempo e per le modalità con cui è stato girato.

 Qualcosa però di più particolare mi ha colpito, cioè la strana somiglianza ad un’altra pellicola “cult” ma prodotta dieci anni dopo: “Bullitt” (1968) di Peter Yates con il Re del cool, Steve McQueen.

 

 

 

 

 Nella San Francisco di fine anni ’50, un’organizzazione criminale internazionale contrabbanda eroina nascondendola dentro a souvenir che, ignari turisti, portano con sé dopo una lunga crociera da Hong Kong.

 L’organizzazione criminale assolda due spietati furfanti di Miami che hanno il compito di recuperare, a qualunque costo, la droga contenuta nei souvenir di quattro turisti.

 Ad indagare su tutto ciò due solerti poliziotti che, passo dopo passo e traccia dopo traccia, riusciranno a scoprire chi inconsapevolmente ha con sé l’eroina mettendo in atto una corsa contro il tempo per fermare i due criminali incalliti.

 

 Il protagonista del film dovrebbe essere il tenente di polizia Guthrie (interpretato da Warner Anderson) ma di fatto dalla seconda metà del film entra in scena un cattivissimo Dancer (interpretato da Eli Wallach).

 Don Siegel delinea una San Francisco a due velocità: da una parte la vita quotidiana scandita da un benessere diffuso, luoghi di divertimento e una città in piena espansione urbana; dall’altra la stessa città si scopre essere un importante nodo nel traffico degli stupefacenti e popolata da un misto di tossicodipendenti e criminali di ogni sorta.

 Innovativa nella pellicola la presenza di riprese con grandi visuali, l’utilizzo massiccio di auto e violenza paraverbale.

 

 

 

 Frank Bullitt, tenente della squadra omicidi, deve indagare sull’omicidio di un certo Ross, furfante che era pronto a collaborare con la giustizia per distruggere il potere criminale di una organizzazione potentissima. Un politico locale, per attirare i voti degli abitanti di San Francisco, chiede che sia il poliziotto a seguire le indagini e a scovare chi ha ucciso il collaboratore di giustizia.

 Bullitt riesce a scoprire che l'ucciso non è il vero Ross, bensì Albert Renick (uno che si era prestato a sostituirlo). Bullitt scopre anche che Ross, oltre che essere vivo, è intenzionato a partire per l'Europa non collaborando più con la giustizia e mettendo nei guai il politico che grazie alla sua collaborazione avrebbe smascherato i cattivi di turno diventando l’eroe pubblico.

 Ma Bullitt scopre il doppio gioco di Ross e lo inseguirà fino al finale mozzafiato. Guarda caso, a complicare le indagini ci si mettono due super cattivi (ma guarda che caso!).

 

 La pellicola, diretta da Peter Yates, non offre spunti di grande originalità rispetto ad altre pellicole dello stesso genere.

 Riesce però a tenere banco con una trama che in alcuni punti, pur se troppo diluita, offre variabilità maggiori rispetto a lavori simili.

 Oltre allo scambio di identità del cattivo doppiogiochista, la pellicola mette in campo il rapporto ostico tra le forze di Polizia e il politico di turno pronto a tutto pur di cogliere l’opportunità di avere consenso con la confessione del criminale di turno.

 Un elemento nuovo, che prima d’allora faticava ad essere introdotto, è la presenza della compagna di Bullitt (Jaqueline Bisset, bellissima quanto asessuata) che s’interseca con l’intera vicenda e i suoi lati più drammatici.

 Tanto del successo del film lo si deve all’inseguimento tra l’auto di Bullitt (Ford Mustang) e quella dei killer di Ross (Dodge 440 Charger); un “chase - inseguimento” della durata di oltre otto minuti e privo di qualsiasi dialogo se non il rombare dei motori delle due potenti Muscle car.

 

Il cinema poliziesco incontra quello d’azione

 Don Siegel, nel 1958, ruppe quel binomio che vedeva il film poliziesco legato al genere introspettivo (crimine – psiche del crimine). Scardinò quella regola sostituendo nel connubio, la parte psicologica, con pura azione fisica.

 Il film “Lineup” iniziava con una scena violenta e inaspettata, con la morte di un poliziotto e di un tassista; proseguiva introducendo il consumo di eroina, mostrando la misera dimora di un eroinomane e caricando la scena con il dettaglio delle siringhe da lui utilizzate. E questo era solo l’inizio del film!

 Gli attori non avevano dialoghi fluidi, il taglio voluto di alcuni fotogrammi rendeva le scene quasi meccaniche per l’effetto a scatti che l’occhio percepiva.

 Si ponevano come antefatto, in ogni scena, pochi attimi di silenzio e d’immobilità per poi scaturire in un guizzo di pura azione, fisica e senza dialoghi, solo un impattante sottofondo musicale calcava la drammaticità di quel momento.

 Il regista metteva luci saturanti su vestiti e sfondi, un bianco e nero fatto di contrasti ben lontani dall’ovattato mood in stile Hollywood.

 Entrarono in gioco nuovi elementi fino all’ora intoccabili e impronunciabili, come droga, violenza fisica e sesso. La slealtà dei malviventi era camaleontica, i loro crimini più sfumati ma altrettanto feroci.

 Cambiavano sempre più i personaggi a contorno: bambini e donne erano le nuove vittime quanto un poliziotto o un occasionale passante. In particolare, le donne non vivevano più il crimine nella sua dimensione psicotica e cerebrale ma erano prese in ostaggio, picchiate, umiliate.

 In Bullitt, il regista Peter Yates evita, con astuta ingenuità, di introdurre droga – sesso – violenza di genere e sui bambini; è figlio di un cinema Blockbuster e saprà ben evitare tutto ciò per riempire le sale di stuoli di famiglie. A Don Siegel allora, se non quindi, il merito di essere stato audace in un cinema che per il 1958 era quasi al limite della censura.

 Don Siegel gira il suo film in una San Francisco in piena evoluzione urbana, inquadra il suo ponte e la baia, utilizza la nuova super strada che porta da una sponda all’altra della costa, le grandi strade in pendenza offrono nuove prospettive di ripresa. Yates, con Bullitt, non dovrà fare altro che ritornare sugli stessi identici luoghi. Cambierà solo il punto di ripresa, dal basso verso l’alto ma la formula resterà la stessa.

 

 

 

 

Raro trailer del film Lineup.

 

 

Da “Il caso Thomas Crown” a “Bullitt”

 Se nelle riprese del film “Il caso Thomas Crown” Steve McQueen era riuscito a cucirsi addosso uno standard di “King of cool”, fatto di un mix di menefreghismo – spocchia – silenzi e sguardi profondi, con “Bullitt” la maschera non funzionò come previsto.

 Qualsiasi spettatore, dal 1968 ad oggi, ha immaginato l’attore aggirarsi sul set con aria quasi assente e pronto a darsi una mossa solo se c’era da correre in auto o sotto la pancia di un jet. Non andò così.

 McQueen si aggirava sì sul set ma con un megafono in mano, a dare ordini a tutti compreso allo stesso Yates che con proverbiale pazienza cercava di assecondare “l’enfant” del nuovo cinema d’azione.

 Yates sapeva che la sceneggiatura non era un gran ché e che a milioni di Americani non gliene poteva fregare molto se qualcuno spifferava gli affari loschi della mafia italoamericana; loro volevano vedere il King of cool dare quei fendenti a base di sguardi glaciali e sgommate per le strade di “Frisco”.

 Ci voleva insomma il tocco di Stevie, e Yates lo lasciava fare.

 La star di Hollywood aveva mandato giù il boccone amaro buttato lì da alcuni critici dopo l’uscita de “Il Caso Thomas Crown”, sapeva di non essere quel genere di attore capace di vestire qualsiasi ruolo. Lui ne aveva tre o quattro cuciti addosso, il resto lo doveva tirare fuori dalla sua emotività e dalla sua grinta di ragazzo cresciuto nella miseria quotidiana.

 L’attore Don Gordon, sua spalla in molti film e amico quasi unico nella tormentata esistenza da star, ricorda che sulla sceneggiatura di Bullitt erano all’ordine del giorno i tagli ai dialoghi. Meno chiacchiere e più azione, così amava lavorare McQueen.

 Per la scena dell’inseguimento lungo le vie della città, McQueen provò per ore in una piccola pista su asfalto mettendo alla frusta la sua Mustang verde scuro (colore esatto: Highland green). Le scene dell’inseguimento furono lo stesso pericolose e i segni sulla carrozzeria della vettura dimostravano che, in qualche passaggio, l’attore aveva rischiato di finire all’ospedale.

 Come era nel copione della sua vita, le scene all’aeroporto, quando passa sotto la pancia di un Boeing 707, furono momenti di adrenalina pura, nessuno stuntman o scena artefatta. Yates sudava freddo, sul seggiolino da regista, alzandosi solo dopo lo “Stop!” per andare a stringere la mano a quel pazzo di protagonista.

 Per i più curiosi delle auto del film: per la serie televisiva “Hazzard”, il Generale Lee fu realizzato con un modello identico di Dodge Charger dipinto però in un bel color carota e con sul tetto una bandiera degli Stati confederati del sud.

 Sull’inseguimento tra la Mustang e la Dodge Charger (era guidata dallo stuntman “Wild Bill” Hickman), si sono scritti interi tomi, dove poi verità e fantasia narrativa si perdono ancora oggi.

 Il percorso dell’inseguimento fu totalmente inventato e sfruttò pluri passaggi dove si nota il Maggiolone di scena guidato da Carrie Lofton.

 Appare anche una involontaria comparsa italiana: una Alfa Romeo Montreal bianca.

 Le botte sulle fiancate, di ambo le auto utilizzate nell’inseguimento, furono in parte causate durante i passaggi di prova, che imposero allo staff del film di portare sulla scena diverse auto inutilizzabili e di risarcire casuali incidenti non previsti.

 Impressionante il numero di coprimozzi persi dalle due vetture che si inseguivano e che, per magia, apparivano nuovamente montati sulle vetture nella scena successiva.

 Steve McQueen guidò in tutte le scene tranne in quella prevista con la Mustang che faceva “un saltello” dalla ripidissima Chestnut Street, per l’occasione al volante c’era Bud Ekins su preghiera disperata della moglie di McQueen, Neile Adams.

 Il tocco finale al film furono le musiche scritte e composte da Lalo Schifrin. Un tripudio di fiati che nella discontinuità dei vari brani, tranne il main title e l’end title, assume il suono onomatopeico dei motori e delle espressioni mute dell’attore (nessuno dei brani infatti è cantato).

 

 

 

Uno dei diversi trailer del film Bullitt

 

 Se era stato bastonato dalla critica, per la sua recitazione in “Il caso Thomas Crown”, in Bullitt mise tutti al tappeto con quella scena finale dove lui si guarda nello specchio. Il viso stanco, non truccato e la sfingea quanto solitaria scena finale strapparono dalle poltrone delle sale, in un applauso orgiastico, il pubblico di tutto il mondo.

 McQueen lavorò duramente a costruire Frank Bullitt come fotocopia di quel McQueen che quando era in silenzio era in grado di controllare tutto e tutti.

 Lo vestì di una forte umanità che non solo nella scena finale è evidente più per dettagli che per l’insieme.

 Bullitt che beve il latte, che ha freddo appena uscito dalle coltri in tarda mattina, che non ha gli spiccioli per il giornale e forza la cassettina automatica.

 Era un eroe umano, quindi piaceva a tutti.

 Seppe essere il King of cool ma con tutti gli addobbi dell’uomo medio, insofferente alle regole e alla vita convenzionale di coppia, desideroso di qualcosa difficile da far capire agli altri.

 In giacca e cravatta oppure in lupetto nero e giacca di lana; un vero assortimento di capi che tutti potevano avere nell’armadio di casa, lui era ogni uomo sulla Terra.

 Come il tenente Guthrie, Bullitt seguiva gli indizi standogli in coda e non per intuizione alla Sherlock Holmes. Quell’inseguimento in auto è forse la metafora più azzeccata mai vista nel cinema americano d’azione: come Bullitt non precede mai gli indizi, così nell’inseguimento resta perennemente in coda ai due killer di Ross.

 Il film è stracolmo di metafore del personaggio McQueen: i criminali sono tutti algidi e i loro dialoghi piatti e monotonali, così la presenza della non identificabile compagna di Bullitt la cui vera entità non sarà sciolta nel film. Eppure sono tutte metafore che riassumono l’attore, la sua maniacalità per il distacco e l’assenza razionale, la sua incontrollabile fisicità in ogni aspetto della sua vita.

 Il film incassò cifre enormi per quel tempo: oltre 24 milioni ai botteghini contro i 5 milioni di dollari per la produzione.

 Nacque un nuovo genere di film d’azione con pochi dialoghi, pochi interni, molta fisicità e immediatezza a quintali.

 Film come “Il braccio violento della legge” sono proprio il frutto dal personaggio di Bullitt e Gene Hackman ne fu discepolo, le facce tese di Robert De Niro in “Heat” o “Ronin” nascono senza ombra di dubbio dai primi piani di McQueen.

 L’attore iniziò a metabolizzare così tanto successo, dopo l’uscita del film, al punto di intrecciare le due figure, portando il suo stile di vita ad essere la fusione di McQueen + Bullit.

 Come spesso ricordò la sua prima moglie Neile: Steve era troppo già di suo, aggiungendoci Bullitt fu l’apocalisse.

 

 

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Una rara foto sul set del film “Bullitt”(Copyright sconosciuto)

 

 

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